Voci per un’Europa in cerca di memorie

giornatadellamemoria.jpgTutto è cominciato con un annuncio postato su Facebook: cerchiamo 100 lettori. Poche righe, un indirizzo e-mail a cui inviare la propria adesione per partecipare ad un coro di lettori “non professionisti”, per portare in scena un’opera teatrale. Unico indizio: la rappresentazione si tiene il 27 gennaio.
Il Giorno della memoria è stato istituito per il 27 gennaio di ciascun anno, a ricordo della data in cui sono stati abbattuti i cancelli del campo di Auschwitz, che avvenne alle ore 11:59, anche se la data vuole ricordare più in generale una serie di eventi.
 Insieme alla Shoah vengono commemorati tutti coloro che sono stati vittima delle leggi razziali, tra cui gli italiani che hanno subito la deportazione, la prigionia, la morte e quanti, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio e a rischio della propria vita hanno protetto i perseguitati.
Il libro più rappresentativo scritto sul massacro degli ebrei rimane Se questo è un uomo di Primo Levi, e al Teatro Storchi domenica 27 gennaio a partire dalle 21 va in scena “La nostra lingua manca di parole. Voci per un’Europa in cerca di memorie”, una rappresentazione di ‘Se questo è un uomo’ letto a più voci, e in più lingue: in italiano, ma anche in arabo, francese, inglese, polacco, ungherese, russo, tedesco, ebraico e sloveno.ratto_europa.jpg
Nella rappresentazione si alternano momenti di comunicazione affidati agli attori professionisti Michele Dell’Utri e Simone Tangolo, a momenti di “caos” voluto, nei quali il coro multilingue formato dal centinaio di lettori, che hanno risposto spontaneamente e con slancio all’annuncio, che portano in scena la violenza babelica della non-comprensione e dello spaesamento.
Nell’intenzione degli autori si vuole evocare la presenza ad Auschwitz delle tante lingue d’Europa parlate dai prigionieri, costretti però ad assumere i vocaboli essenziali della lingua del comando: quella che regolava le azioni del campo. “Ed era fondamentale (come lo è stato per Levi) potersi orientare in quel labirinto di suoni apparentemente senza senso, per capire cosa intimavano gli aguzzini, come mettersi in fila per l’appello, come indirizzarsi alla distribuzione della zuppa: capire una ‘lingua altra’ poteva significare salvarsi” spiegano Claudio Longhi, il regista, e Fausto Ciuffi, direttore della Fondazione Villa Emma.
La serata è ad ingresso gratuito.

C’è anche una lettura scenica alla Biblioteca Rotonda all’interno del programma di iniziative modenesi legate al “Giorno della memoria” per non dimenticare gli orrori del nazismo e della Shoah.
Sabato 26 gennaio alle 17 alla biblioteca di via Casalegno 42, la Circoscrizione 3 propone, infatti, “Il suo corpo trasparente”, performance di Mariano Dammacco, liberamente ispirata a “Il dolore” di Marguerite Duras.
L’iniziativa, a ingresso libero senza necessità di prenotazione, è a cura della “Piccola compagnia Dammacco”, nata nel 2009 per volontà di alcuni giovani attori di “accompagnare” l’artista nel suo percorso di ricerca come attore, autore e regista teatrale. Il nucleo stabile della formazione è composto dallo stesso Dammacco, Serena Balivo, Alberto Locatelli, Stella Monesi e Luca Moreni.
 
Io invece, come l’anno scorso, voglio chiudere questo post con un brano tratto dal libro Alzaia di Erri de Luca, che in poche righe riesce a spiegare l’orrore in cui l’Europa era precipitata:
 “C’è stato un posto del mondo in questo secolo in cui una donna riuscì a salvare sua sorella gridandole da lontano “Dai la bambina a mamma”. La donna si trovava nel campo di Auschwitz-Birkenau in Polonia e dalla sua baracca dietro i fili spinati aveva visto arrivare il treno dei deportati. In fondo al binario avveniva una selezione far chi era giudicato abile a qualche lavoro e quelli che andavano subito alle camere a gas. Vecchi, bambini e madri con figli morivano subito. Allora a donna che aveva già imparato quella lezione e quella selezione, vide scendere da uno dei tanti treni della morte sua madre, sua sorella e sua nipote. Così gridò l’unica frase, pronta di riflessi e spietata, che poteva salvare una di loro. Per le altre due, mamma e nipotina, non c’era comunque scampo. La sorella, ignara di tutto, riconobbe la voce e obbedì meccanicamente al grido.
Passò la selezione. Era l’estate del 1944 […] la macchina di strage più grande al mondo sarebbe stata fermata solo dall’arrivo dell’esercito russo nel gennaio 1945. Una donna con prontezza di riflessi dava a sua sorella l’unico snaturato consiglio per non scendere le scale che portavano ai cameroni delle finte docce. “Dai la bambina a mamma”. C’è stato un tempo infame in questo secolo in cui neanche questa frase era innocente.”