Il “Bensone”

731_1.jpgNon essere nata a Modena (come ho già avuto modo di raccontare) mi permette un punto di vista, a mio avviso, privilegiato sulle cose. Cerco il significato di tutto nel tentativo di capire dove sono finita e soprattutto, nel tentativo di sentirmi un po’ “a casa” anche io.
Ci sono cose che di Modena non capirò mai, come il “coprifuoco” che scatta intorno alle 19, quando come per incanto, in centro, tutte le saracinesche dei bar chiudono. E trovare un bar aperto potrebbe dare vita ad un’odissea dall’esito incerto.
Di altre invece ne capisco bene la portata e la provenienza, e una di queste fa partire la mia considerazione partendo dalla cucina.
Considerato che siamo nel periodo di Carnevale, starete pensando sicuramente a quei nastri di pasta fritta che qui prendono il nome di “frappe”. In realtà è un dolce che si trova in tutta Italia, e che a seconda del luogo prende un nome diverso: chiacchiere, crostoli, sfrappole, galani, cenci (lascio a voi il compito di collocarle geograficamente).
Oggi volevo parlarvi di un dolce, ma di un dolce che racconta di un passato contadino e spartano: il Bensone.
Tutte le famiglie modenesi ne conoscono la ricetta, e a quanto pare è una ricetta rimasta invarita da secoli. La forma può essere a “S”, a ciambella, o a pagnotta. Può essere servita vuota o ripiena di marmellata di prugne o con il “savor”.
Nel 1300, il primo dicembre, giorno dedicato a Sant’Eligio, patrono degli orafi e dei fabbri, la comunità modenese lo offriva in dono alla Corporazione di questi artigiani. La ricetta del bensone, a quei tempi, prevedeva un impasto di farina, uova, burro, latte e miele. Quest’ultimo ingrediente – come in tutte le altre preparazioni di cucina – ha poi lasciato il posto allo zucchero, prima di canna e successivamente di barbabietola.
Oggi lo trovate come dolce da pomeriggio, per merenda, da inzuppare nel the, ma in realtà è il dolce da fine pasto da inzuppare nel lambrusco.
“Il bensone (nella Bassa modenese chiamato “belsòn” o “busilàn”) ha un’etimologia suggestiva. Qualcuno l’attribuisce alla ritualità della sua presenza sulla tavola in certe occasioni religiose. Pane di benedizione, dal francese “pain de bendson”, invece, è l’interpretazione semantica suggerita dai glottologi che hanno studiato i numerosi collegamenti fra il dialetto modenese e la lingua francese. Un tempo, infatti, in occasione del Sabato Santo e di altre festività religiose, c’era l’usanza di far benedire in chiesa il semplice dolce. Altri, però, propendono per la derivazione dal francese “pain de son”, pane di crusca, che è altrettanto accettabile dell’altra, sia per la stessa origine straniera sia perché, un tempo, per preparare il bensone si usava proprio la farina non setacciata. Con lo stesso impasto si preparava anche la ciambella (“brazadèla”), che per tradizione religiosa era regalata ai giovani cresimati. Secondo una consuetudine della Diocesi, rispettata almeno sino al 1920, il sacramento era impartito soltanto in Duomo: la domenica di Pentecoste ai ragazzi e alle ragazze del Comune di Modena e il lunedì successivo a quelli della montagna e della Bassa. In quei due giorni, le strade vicino al Duomo si riempivano di bancarelle che, oltre a coroncine, rosari e libretti da messa con la copertina di finta madreperla, vendevano le simboliche ciambelle. Erano rotonde, con un largo foro al centro secondo l’usanza, risalente al XIII secolo, di portarle infilate in un braccio, durante la tradizionale visita dei cresimati ai parenti.” (fonte)
La ricetta sarebbe giusto che la postasse una rezdora, quindi lascio un invito a inviarmi la ricetta in privato, che proverò personalmente, e che poi pubblicherò con tanto di foto della mia realizzazione.

Il “Bensone”ultima modifica: 2010-02-15T08:30:00+01:00da admin
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